I vincitori del premio di poesia dedicato a Melina Freno

Pubblicato il da ass. Il Patio

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Promossa dall’Associazione culturale “STUDIO D’ARTE L’ETOILLE”, si è conclusa la Terza edizione del Premio Nazionale di Poesia "Sotto l'egida dell'amore" dedicato a Melina Freno, madre esemplare ed amica sincera la cui esistenza è stata permeata da grandi valori affettivi e da immenso amore per la famiglia e per la vita. In primo piano, quindi, le passioni amorose e i buoni sentimenti, che nella società odierna dettano la via maestra per una vita da seguire, in contrapposizione all’odio e alla violenza gratuita che, purtroppo ci riportano le cronache dei giornali.                                                                                                                                                                    

A presiedere il comitato organizzativo durante la cerimonia di premiazione è, ancora una volta, Titti Crisafulli figlia di Melina Freno. La manifestazione, patrocinata dal Comune e dalla Provincia, è stata condotta da Fortunata Cafiero Doddis, coordinatrice del premio in collaborazione con la rivista "Peloro 2000" diretta dal dott. Domenico Femminò, con l'associazione "Messina Terzo Millennio" presieduta da Giuseppe Galletta, col CENTRO COPPE di Grazia Macaudda Grosso, col dott. Domenico Interdonato (addetto stampa) e con Rosario Fodale presidente dell’Associazione “Messina web.eu”. Alla giuria il compito di stabilire i vincitori delle due sezioni in concorso: poesia in lingua e poesia in vernacolo. La commissione giudicatrice composta dal prof. Antonino Mangione (presidente) e dai poeti Gianni Argurio, Fortunata Cafiero Doddis, Aristide Casucci, Angelo Coco e Rosa Gazzara Siciliano. Presente alla cerimonia Maria Costa che ha recitato la poesia col suo applaudito e inimitabile stile.

 Per le poesie in vernacolo si è classificato al primo posto Antonino Maria Parisi, appartenente all’Unitre di S. Teresa di Riva, con la poesia  "Amuri d'extracomunitaria".

 Gli interventi musicali sono stati affidati a Fortunata Cafiero Doddis, Gianni Argurio, Mimmo Ambriano e Aristide Casucci. Gli strumenti musicali sono di Antonino Sanfilippo.

 

AMURI D’EXTRACOMUNITARIA

di Antonino Maria Parisi,

Annannu  pi’ Marzameni e Pachinu,

unni sstà Marza ’nta li pantani

arrivunu i migraturi di matinu

dall’Africa e paisi cchiù luntani.

 

Supa a ianca praia di Longarini

u’ bbuciari di genti iò v’intisi:

c’era u’ varcuni di macribbini

di libbici e di sinigallisi.

 

Genti du Puzzaddu e Portupalu,

cu finanzeri, cu acqua e manciari,

unni u varcuni fici scalu

arrivaru succursi pari pari.

 

C’erunu puvirazzi e svinturati,

cu bbaciava a terra e cu ridennu,

c’erunu chiddi cu facci lacrimati:

priàunu u Signuri pu passatu ‘nfernu.

 

C’era  ’na matri  cu  ’na figghicedda,

o pettu sa strincìa e tra li bbrazza,

du culuri d’ebanu, era bbedda:

pri l’amuri chi si prova no ’c’è razza.

 

So matri a strincìa e  a bbaciàva,

’nta l’occhi a vardava:  ridìa, ciancìa,

poi  ’na “nenia” duci ci cantava

vardannu u celu, chi pari ca sintìa.

 

Comu du turtureddi  micraturi,

c’appena arrivati di lu mari,

si  lisciunu i pinni du suduri

ciccannu  postu pri si stanziari.

 

Chi tinnirizza, c’amurusi  bbaci,

mmicraru e ccà truvaru stanza:

luntanu di guerri, ora su ’nta paci,

libbiri d’amuri e di spiranza.

 

AMORE D’EXTRACOMUNITARIA   (Traduzione)

 

Andando per Marzamemi e Pachino,

dove stanno i pantani di Marza,

di mattino arrivano i migratori

dall’Africa e dai paesi più lontani.

 

Sopra la bianca spiaggia di Longarini

ho sentito un vociare di genti:

c’era un barconi de magrebini

di libici e di senegalesi.

 

La gente di Pozzallo e Portopalo,

con i finanzieri, con acqua e cibo,

dove il barcone ha fatto scalo

sono arrivati tanti soccorsi.

 

C’erano poveri sventurati,

che baciavano la terra, chi rideva (di gioia),

c’erano quelli che piangevano:

pregavano il Signore per il passato inferno.

 

C’era una madre con una figlioletta,

se la stringeva al petto e tra le braccia,

dal colore d’ebano, era  bella:

per l’amore che si prova non c’è razza.

 

La madre la stringeva e la baciava,

la guardava negli occhi: rideva, piangeva,

poi le cantava una dolce nenia

rivolta al cielo, che pare la sentiva.

 

Come due tortore migratori,

che appena arrivate dal mare,

si lisciano le penne dal sudore

cercando un posto per stanziare.

 

Che tenerezza! Che amorosi baci!

Migrarono e qui trovarono stanza:

lontano dalle guerre, ora son nella pace

liberi d’amore e di speranza.

 

 

 

 

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

 

I versi, che fondono sostanza epica e lirico - elegiaca, tra pianto nascosto e pregresso e tra speranza e gioia nel presente, raccontano l’incessante esodo dell’umanità diseredata e sofferente, che patisce la fame e le malattie, dimenticata dall’altra umanità, egoista e sazia. Il poeta cancella in virtù della nobiltà della poesia, ogni differenza razziale, di civiltà e di condizione, con un amore che trasmette agli stessi luoghi nei quali i migranti approdano, in una terra che fu ed è ancora di migranti. Marzameni,  Pachino e Marza con i suoi pantani, e, poi, la gente di Pozzallo, di Porto Palo e la spiaggia di Longarini, sono i grembi e le braccia aperte che accolgono magrebini, libici e senegalesi. Per tutti è la terra promessa, la speranza di una vita normale e non di sola sopravvivenza. La poesia ci fa capire che da questa gente possiamo apprendere l’amore, come dalla madre che tiene in braccio una bimba, dal colore dell’ebano e bacia e accarezza, tra riso e pianto di gioia, e il suo canto è come il tubare delle tortore, in cerca del nido, ch’esprimono l’amore nel lisciarsi le penne. La poesia, che dello stesso amore è essenza, affida alla parola moduli stilistici e metafore preziose, per esaltare i valori più alti dell’umanità e dello spirito.

 

 

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