IL PIANO PAESAGGISTICO DI MESSINA, SPUNTO PER NUOVE RIFLESSIONI SULLA GESTIONE DEL TERRITORIO DALL’ISTITUTO MEDITERRANEO DI BIOARCHITETTURA BIOPAESAGGIO ECODESIGN

Pubblicato il da ass. Il Patio

L’adozione del Piano Paesaggistico dell’Ambito 9, dovrebbe auspicabilmente sollecitare l’avvio di un ampio confronto sul futuro urbanistico e sullo sviluppo della città di Messina e della sua provincia, e costituire un’utile occasione per un ripensamento complessivo ed una revisione delle modalità che hanno contraddistinto, ad oggi, l’uso del territorio e determinato la decrescita esponenziale della sua qualità in termini di sviluppo sostenibile, agevolando, in particolare per quanto riguarda Messina, l’inizio di un percorso, non strettamente dipendente dalla redazione di un nuovo strumento urbanistico generale, nell’ambito del quale possano confluire le considerazioni e le osservazioni derivanti dal dibattito sullo stesso Piano Paesaggistico.

            Tuttavia, affinché quest’ultimo possa esplicare le sue potenzialità in un’ottica di sviluppo sostenibile, sarebbe utile che lo stesso riuscisse ad andare oltre una impostazione connotata da una certa rigidità prescrittiva (seppure derivante da una consistente e puntuale verifica di dati fisici, culturali, ambientali, paesaggistici), a favore della concreta definizione di misure utili sia a fronteggiare tutti i potenziali impatti derivanti da un ruolo urbano sempre più proteso verso una centralità mediterranea strategica che, al contempo, a garantire elevati standards di sostenibilità ambientale.

            La redazione del Piano Paesaggistico sembra scontare, in realtà, le difficoltà insite nell’esistenza di una normativa di pianificazione territoriale generalmente non ancora adeguata alla gestione di realtà complesse e, al contempo, le più o meno apparenti rigidezze di principi di tutela che non riescono ancora a trovare una veste matura e confacente alla gestione dei dinamismi urbani.

La possibilità di rendere praticabili e compatibili i valori espressi dal Piano, con le azioni mirate alla gestione locale del territorio, così come raccolte nella varia strumentazione urbanistica, ossia la possibilità di avvicinare e comporre in un’unica azione pianificatoria, posizioni apparentemente inconciliabili di gestione del territorio, potrebbe avvenire, come previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (nel testo regionale coordinato), mediante “misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con piani, programmi e progetti nazionali e regionali di sviluppo economico”, oltre che in fase di recepimento da parte dei piani urbanistici locali come previsto dal Piano stesso.

 

Non sembra, invece, utilmente praticabile, l’ipotesi di sottoporre a procedura di VAS il PTP, strumento che, per sua natura, discende o dovrebbe discendere, dalla lettura di effettività sistemiche territoriali, non soggette né assoggettabili, dunque, all’interpretabilità in termini di valutazioni strategiche, né ad una concertazione preventiva o endogena al processo di redazione del Piano.

 

            In realtà, la vera natura del confronto è eminentemente politica e si gioca essenzialmente intorno ad un nodo ancora realmente irrisolto, definibile come “modello di sviluppo” del territorio, e specificamente, della città di Messina.

            In particolare qui, la vigente strumentazione urbanistica e il corollario di strumenti di varia natura che fanno capo alla tipologia dei programmi complessi, rendono difficoltosa una verifica generale e complessiva, seppure in prospettiva, degli esiti e della coerenza ad un programma di sviluppo chiaro e, soprattutto in sintonia con le reali vocazioni territoriali e, inoltre, alcuni dei detti strumenti, prevedendo deroga al PRG, impediscono di fatto i possibili approfondimenti per aree significative del territorio, attraverso la redazione di piani particolareggiati.

 

            Occorre dunque chiedersi quale pianificazione della città potrebbe essere congruente sia ad un progetto di sviluppo che alla reale tutela del territorio.

 

Il dibattito sul Piano Paesaggistico non può quindi che essere ricondotto, in primis, nell’alveo di un ripensamento generale della pianificazione urbanistica, nell’ambito della quale possano disegnarsi e trovare legittimazione, vecchie o nuove ipotesi e strumenti di pianificazione della città e dei territori ad essa contermini ed assimilati, e nell’ambito della quale possa avvenire un recepimento non passivo ma propositivo delle prescrizioni contenute nel PTP, consentendo non già di devastare ulteriormente il territorio, o di mortificarlo, ma di esaltarne le vocazioni naturali e paesaggistiche ai fini dello sviluppo.

Ciò anche se, in qualche caso, si dovesse procedere ad una riformulazione di processi avviati, e maggiormente laddove si sia proceduto in variante o in deroga al piano regolatore vigente, o ancora laddove, nonostante la deroga, non vi sia stato alcun momento di verifica ambientale, quali certificazioni ISO o similari, attestanti la sostenibilità degli interventi in rapporto alle qualità del territorio.

           

            I Consigli Comunali, piuttosto che tentare una improbabile verifica circa la congruità del PTP alle scelte urbanistiche vigenti e ai programmi di espansione approvati e in itinere, anche alla luce degli eventi catastrofici verificatisi e, in generale, della manifesta fragilità del territorio, dovrebbero sollecitare un’ampia riflessione sulla sussistenza o meno di un interesse collettivo, in termini di sviluppo sostenibile, con riguardo agli interventi previsti.

 

Considerazioni a parte possono farsi nei casi in cui i processi di pianificazione siano imperniati su concorsi di progettazione laddove questi ultimi siano stati finalizzati ad obiettivi di sostenibilità ambientale o di recupero ecosostenibile, o su pianificazioni innovative da assoggettare a VAS, così consentendo di superare il concetto di tutela del singolo elemento paesaggistico a favore di una visione sistemica e complessiva dei luoghi.

                Tali  verifiche sarebbero pure opportune alla luce della sussistenza di aree SIC e della ZPS, l’influenza delle quali, anche a seguito dell’approvazione degli strumenti di gestione, richiederà approfondimenti ulteriori e specifici.

 

La più ampia sensibilità alle problematiche ambientali e paesaggistiche, esplicitata nella Convenzione Europea sul Paesaggio, dovrebbe comportare una attenzione a tutto il paesaggio nel suo complesso anche in sede di pianificazione urbanistica, conducendo verso azioni mirate alla conservazione dei caratteri e delle peculiarità locali intese nella loro diversificata interazione di architettura e natura.

            Ciò appare tanto più necessario in quelle aree già colpite da eventi catastrofici e in tutte quelle particolarmente a rischio interessate da equilibri precari, instabili, derivanti dal depauperamento del suolo o da alterazione delle condizioni fisiche originarie: cave dismesse, ex discariche, are interessate da fenomeni di dissesto più o meno marcato.

            In ogni caso, la possibilità di individuare punti di incontro tra il Piano Paesaggistico e gli strumenti locali di pianificazione dipende essenzialmente da una appropriata analisi e individuazione, da parte di quest’ultimo, degli ambiti territoriali effettivi e congruenti sia con i caratteri fisici dei luoghi sia derivanti da processi strategici in costruzione.

Occorre cioè che l’individuazione di vincoli e la preliminare analisi dei luoghi, consideri i luoghi stessi nel loro dinamico evolvere, in dipendenza di una comprensione non discendente soltanto dall’effettività fisica territoriale o da confini amministrativi, ma anche dalla costruzione programmatica di aree relazionalmente già fortemente indirizzate, in funzione di uno sviluppo esteso.

 

Considerando i processi di interazione in atto per la costruzione effettiva di una area metropolitana dello Stretto, la redazione del Piano Paesaggistico non può non riferirsi a detta realtà ecosistemica e definire la propria identità in funzione della continuità territoriale e geografica tra le due sponde, superando il limite amministrativo per prefigurare nuovi scenari strategici secondo un “progetto urbano sostenibile” costruito su regole comuni di tutela e di sviluppo.

            Solo in un’ottica siffatta, anche uno strumento come il Piano Paesaggistico potrà consentire il superamento di una visione settoriale della tutela, legando le progettualità e i processi di pianificazione ad un interesse sovracomunale e di “Area Vasta”, dalla quale ritengo non si possa più prescindere in sede di pianificazione locale.

 

            La mancata presa d’atto in sede di redazione del Piano Paesaggistico del progetto del ponte, annunciante impatti che andrebbero, tra l’altro, a sommarsi a quelli afferenti ad altre previsioni, non sembra opportuna né coerente con gli obiettivi di tutela del Piano stesso, atteso che, la realizzazione dell’infrastruttura farebbe saltare equilibri naturali oltre che urbanistici, e determinerebbe un impatto tanto imponente da mettere in ombra tutti quelli derivanti da altre opere, sia con riguardo agli elementi ambientali e territoriali che relativamente alla percezione visiva e paesaggistica delle aree direttamente o indirettamente interessate.

Così, anche le opere connesse al ponte, da realizzarsi nel territorio della città di Messina, avrebbero diretta influenza sul paesaggio e, in generale, sull’assetto urbano, dal centro alle periferie, e dunque, il fatto che le stesse siano state ignorate in sede di Piano Paesaggistico, impedisce di fatto la previsione o la prescrizione di misure specifiche finalizzate alla riduzione degli impatti e alla tutela del territorio, in considerazione dei precipui caratteri paesaggistici.

 

Si ritiene inoltre che, ai fini della tutela del paesaggio, il PTP debba essere la sede per una verifica degli impatti e della possibile modifica dei caratteri locali derivanti non già dalla singola azione, quanto dalla sommatoria e, ancor più dalla prevedibile interferenza, tra tutte le azioni previste. 

Da qui l’auspicio, espresso preliminarmente, che il PTP sia recepito in strumenti di pianificazione territoriale che possano interpretare le esigenze di tutela e ad esse informare le previsioni e l’attuazione delle varie forme di gestione del territorio, secondo obiettivi dinamici e complessi, di sviluppo sostenibile.

 

Infine, il porto di Messina presenta specificità e caratteri territoriali tali, da definire esso stesso un paesaggio locale, un ecosistema fragile, la cui dinamicità ha origine e dipende dalla collocazione dello stesso in area costiera ma anche dalla natura delle attività che vi si svolgono.

Esso rappresenta una realtà ecosistemica complessa, a sé stante, e al contempo integrata e integrabile nel complessivo ecosistema urbano; un paesaggio culturale consolidato, da tutelare nella sua effettività di ambito urbano con caratteri specifici, che trova espressione sia nello skyline delle attività industriali legate alla cantieristica che nelle preesistenze architettoniche, ed inoltre, nei caratteri ambientali e paesaggistici definiti dall’interazione tra la terra, il mare e le attività umane.

     Il porto di Messina non è dunque assimilabile tout court ad una “fascia costiera” e un Piano Regolatore del Porto, in una città come Messina, potrebbe essere il Piano Regolatore della città, cioè un piano di sviluppo, motore propulsivo dell’economia urbana e non più solo uno strumento tecnico-organizzativo posto a regola di un dialogo incerto tra spazi portuali e spazi più propriamente urbani.

In quest’ottica, anche il polo fieristico, inserito in un circuito di programmazione estesa a livello regionale, potrebbe contribuire a delineare l’identità complessiva del porto, e a definire un processo di qualificazione dei paesaggi costieri, oltre che un ruolo del porto stesso quale presidio territoriale attivo, nell’ottica di una “environmental strategy” e, cioè di tutte quelle possibili azioni tese a perseguire, anche in ambiti costieri portuali, strategie competitive a zero costi ambientali, come si sta facendo in realtà portuali nazionali, di rilievo.

 

Riguardo all’art. 14 del Piano Paesaggistico, relativo alla tutela delle fasce fluviali, si condivide appieno l’esigenza di tutela posta dal Piano stesso ma si evidenzia al contempo la necessità di diversificare le prescrizioni, in dipendenza del grado di artificialità, distinguendo tra aree ormai integrate nell’urbanizzazione esistente e consolidata e aree ancora non interessate da infrastrutture, nell’ambito delle quali, comunque, andranno graduate le ipotesi di recupero naturalistico in rapporto al complessivo stato delle aste fluviali, onde evitare, anche solo l’ipotesi di interventi privi del necessario supporto territoriale, utile alla ricostituzione di ambiti naturalistici autopropulsivi.

Infatti, la rinaturalizzazione implicherebbe l’avvio di processi che devono svilupparsi nel tempo e secondo spazi incomprimibili che garantiscano l’autosostentazione e l’autoalimentazione dei processi indotti.

 

            In generale, comunque, occorrerebbe alzare il grado di naturalità negli ambiti urbani, che possa mitigare gli impatti dovuti all’urbanizzazione. Ciò è tuttavia possibile attuando criteri rigorosi di intervento che devono trovare attuazione in una prassi urbanistica rinnovata e informata al dato paesaggistico e culturale.

 

            Infine, anche in considerazione dell’abbondanza di disposizioni normative che hanno un’influenza più o meno diretta sulla gestione del territorio, e dell’articolazione della strumentazione da esse discendenti (Messina offre uno spunto emblematico in tal senso), sarebbe auspicabile l’avvio di azioni mirate ad una semplificazione normativa, e conseguentemente strumentale, che assegni al “vincolo” un valore propositivo strategico per la pianificazione, così sintetizzando le diverse posizioni e istanze che da più parti fomentano anche un contemporaneo dibattito sull’idoneità ed attualità della vigente disciplina urbanistica.

            Una legge sul governo del territorio, auspicata da tempo, non dovrà essere cosa diversa da una normativa e da strumenti finalizzati alla tutela del paesaggio nel suo complesso.

            E’ tempo che il Parlamento regionale affronti la questione, come ha tentato di fare, non saprei invero con quale successo, la Regione Calabria. Il Piano Casa varato all’ARS, rischia di essere uno strumento settoriale, se ad esso si accosta una normativa finalizzata alla tutela dei centri storici senza che i due strumenti si integrino in un complesso normativo coerente che ponga al centro l’obiettivo di tutela dei paesaggi urbani e non.

            Fin tanto che il legislatore non imprimerà detta svolta, non sarà facile e forse possibile, a chi amministra il territorio, trovare localmente soluzioni che mettano insieme istanze ed interessi economici, riuscendo a garantire nel contempo, la sostenibilità.

 

            Le Istituzioni locali potrebbero già assegnare, in sede di pianificazione generale, o di revisione, a ciò che costituisce un valore culturale o paesaggistico una funzione catalizzatrice e promotrice di sviluppo, demandando ad una strumentazione attuativa orientata alla tutela, l’approfondimento delle modalità operative, e non consentendo, come regola, deroghe alle regole. Ciò sarà certamente più semplice in presenza di strumenti urbanistici che passino da processi di condivisione.

 

 

             

            I contenuti del Documento originario, di cui le superiori considerazioni costituiscono un estratto, sono stati esposti dalla sottoscritta in occasione del seminario sul Piano Paesaggistico, svoltosi l’11 giugno scorso presso la Sala Commissioni del Comune di Messina, alla quale erano presenti consiglieri comunali di diversi schieramenti, l’assessore comunale all’Urbanistica e rappresentanze dei Consigli degli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri, dell’ANCE e di Confindustria Messina.

            Il Documento originario è stato trasmesso alle Istituzioni competenti e verrà posto all’attenzione del Coordinamento di associazioni L’altra città affinché possa essere dalle stesse discusso, ed eventualmente condiviso, nel prosieguo dei lavori.

 

 

 

                                                                                        Caterina Sartori

                                                                 architetto specializzato in assetto del paesaggio

                                                               (Presidente Istituto Mediterraneo di Bioarchitettura Biopaesaggio Ecodesign)

 

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