Ligabue a Messina: l'evento tanto atteso ha registrato il tutto esaurito
Il 24 luglio, a Messina, è stato il giorno dei giorni. Sin dalle prime ore del mattino si respirava l’aria d’attesa per il concerto di Luciano Ligabue. Nella mattinata il cielo alternava nuvole a spicchi di sereno, e già alcune centinaia di persone avevano preso posto davanti ai cancelli del “San Filippo”.
Il concerto ha registrato il tutto esaurito, quindi c’è chi prova a fare il bagarino, i ragazzi più temerari aspettano l’apertura dello stadio seduti sui teli da mare, bevendo per rinfrescarsi e cantando per ammazzare il tempo.
Il primo pomeriggio si avvicina rapidamente, l’orologio segna le tre, lo scirocco ha spazzato buona parte dei minacciosi nuvoloni, adesso il sole dona luce allo stadio ed è il momento di aprire i cancelli. Finalmente è arrivato il momento di far strappare quel biglietto gelosamente custodito per un paio di mesi. Dopo aver affrontato il caldo i tanti fans si siedono attorno al palco, dove lo staff del rocker di Correggio lavora per rendere unica la serata tanto attesa.
Sul prato sono stati allestiti alcuni punti di ristoro, dove venivano venduti pacchetti di patatine e bibite rigorosamente conservate in bottiglie di plastica; un improvvisato tabacchino ed un tendone occupato dai membri del “bar Mario”, il fan club ufficiale di Luciano Ligabue.
Per rendere il più piacevole possibile l’attesa, gli organizzatori hanno pensato bene di anticipare il concerto con un paio di esibizione live. Queste sono state affidate ai Rio (band composta da Marco Ligabue – fratello di Luciano -, Fabio Mora, “Paddo”, “DjBart” e “Bronski”) ed ai Park Avenue (un emergente gruppo Rock/Pop di Novara, messo in piedi cinque anni fa da “Cello”, “Vins”, “Spillo” e Federico Marchetti).
I Rio hanno presentato il loro ultimo album, “Il sognatore”, ed il primo dei singoli estratti “Pezzo di cielo”. Il loro spettacolo si è concluso con l’intepretazione di “Margarita”. Dall’ultima nota emessa dalle tantissime casse montate sul palco, fino alle 21, l’attesa è stata riempita dalla fantasia del pubblico messinese, che fra gavettoni ed interpretazioni improvvisate dei successi del proprio idolo ha fatto passare velocemente le poche ore che restavano.
Qualche decina di minuti prima del concerto, le nuvole che nel frattempo erano tornate a riempire il pezzo di cielo che sovrasta il San Filippo, hanno lanciato per una decina di minuti una scarica di pioggia sui tanti fans, che hanno tentato di ripararsi sotto i teli. Lo staff di Liga ha coperto proiettori e strumenti, ma fortunatamente, dopo poco tempo, la situazione è tornata alla normalità.
Le 21 sono finalmente arrivate, il palco comincia a prendere vita, e le casse mandano l’intro di Taca Banda. Qualcosa però non torna. Non è l’attesissimo Luciano a prendere possesso del palco, ma bensì il suo manager, Claudio Majoli, che fa il playback su una versione modificata della traccia numero 10 del nuovo album. Ma non è l’unica stranezza. In questa versione, il brano parla del concerto, visto dai fans, racconta le traversate in pullman di chi parte da città lontane solo per vedere il proprio cantante preferito, le motivazioni più svariate che hanno portato gli spettatori a comprare il biglietto e l’attesa che ha preceduto il grande spettacolo.
Concluso questo simpatico “equivoco”, la scena viene conquistata dall’amatissimo rocker italiano, che, armato di chitarra, apre il concerto con “Quando canterai la tua canzone”, brano che parla delle emozioni che i fan provano nell’accompagnare urlando, con le lacrime agli occhi, la propria canzone preferita; di come un pezzo non appartiene a chi l’ha pensato e composto, ma a chiunque lo fa suo e lo fa entrare nella propria vita. Dopodichè è stato il turno de “La linea sottile” e “Nel tempo” (la ricostruzione, attraverso rimandi a simboli e personaggi, di un pezzo di storia italiana).
Dopo le prime tre canzoni di “Arrivederci Mostro”, gli spettatori hanno fatto tremare lo stadio, saltando al ritmo di “Balliamo sul Mondo”, uno dei maggiori successi del Liga. Passa giusto il tempo di riprendere fiato, e Liga esce un altro pezzo molto amato da quella scatola magica che è la sua discografia: è il momento del racconto di una passione degenerata, racchiuso nei cinque minuti di “Bambolina e Barracuda”.
L’atmosfera si fa più rilassata, le chitarre di Cottafavi, Rustici e “Capitan Fede” Poggipollini ed il basso di Kaveh Rastegar assumono toni più pacati e Michael Urbano può “rilassare” le braccia per qualche minuto, è il tempo della più famosa ballata del rocker di Correggio, uno dei brani più trasmessi nella storia delle radio italiane, è il tempo di “Certe Notti”. Gli spettatori alzano al cielo gli accendini, i flash e le lucette delle macchine fotografiche trasformano le tribune e la curva nord del “San Filippo” in un cielo stellato (seppur ad intermittenza), le coppie e gli amici si abbracciano, i brividi percorrono la schiena e le lacrime il volto dei più emotivi fra i fans.
Si torna al nuovo sforzo discografico con “La verità è una scelta”. Durante l’interpretazione di questo brano, sui tre maxi schermi, si alternavano le immagini di scontri di piazza con quelle della band all’opera. Dopodichè è stato il turno de “Il giorno di dolore che uno ha”, la malinconica dedica di Ligabue all’amico giornalista Stefano Ronzani, morto di cancro prima dell’incisione del pezzo, che racconta di quanto è impegnativo affrontare le difficoltà della vita, per non farsi sovrastare dai grossi dolori che accompagnano la nostra esistenza.
Si torna al rock spinto con “Libera nos a malo”, lo stadio torna ad urlare con tutta la forza che ha, le “immagini di famiglia” che hanno accompagnato il pezzo precedente, lasciano il maxi schermo ad una serie di amanti che si baciano appassionatamente.
Da “Arrivederci, mostro”, Liga estrae “Atto di fede”, alle sue spalle si alternano in maniera convulsa i simboli di diverse religioni, che trasportati da un bell’assolo di chitarra si sono mescolati fra loro, dando vita alla forma di un cuore.
Adesso il rocker rispolvera l’album “Nome e Cognome”, per ricordare ai messinesi, che quello che stanno vivendo è “Il giorno dei giorni”. Ancora una volta il rock lascia spazio alle emozioni, con l’interpretazione della romantica “Ci sei sempre stata” e di “Piccola stella senza cielo” (vista la reazione del “San Filippo”, probabilmente la più apprezzata canzone della serata).
Ligabue decide quindi di dare una svolta al profilo che il concerto stava perdendo in questi ultimi dieci minuti, sfornando un’incandescente versione di “Marlon Brando è sempre lui”, che ha messo a dura prova la resistenza delle corde vocali dei propri fans. Siamo quindi al quindicesimo brano della serata, quello in versione “semi-acustica”, che il Liga cambia ad ogni tappa del “Tour Stadi”. Per Messina è stata scelta “Sogni di Rock’n’Roll”, quei sogni che, nel caso di Ligabue, si sono trasformati in realtà. Il pubblico si è poi goduto “Sulla mia strada”.
Ora l’emiliano vuole regalare un po’ di magia ai 42 mila. Durante “Il peso della valigia”, trascina una valigia sul palco, la apre e ne escono scintille. L’effetto scenico è incantevole, e lo spettacolo regala grosse emozioni al pubblico, quel pubblico che Ligabue ha avvicinato a se riprendendolo con una Reflex (le cui immagini venivano direttamente riprodotte sul maxi schermo), ed invitando una fan a salire sul palco.
Ligabue decide di chiudere il concerto “in pieno Rock’n’Roll”. Comincia a far esaltare gli spettatori con “Questa è la mia vita”, per poi passare al primo singolo estratto dal nuovo album, “Un colpo all’anima”. E questo colpo sordo all’anima ha risuonato per tutto il concerto, anche durante l’interpretazione di “A che ora è la fine del mondo”, magistralmente accompagnata dai fans nonostante la freneticità del testo della canzone. Questo pezzo è stato anticipato da un’importante messaggio lanciato sui maxi schermi, teso a sensibilizzare i partecipanti al concerto su un tema delicato come quello dell’importanza dell’acqua. In particolare, l’intento di Ligabue era quello di far capire agli italiani che è impensabile permettere la privatizzazione delle acque.
A questo punto il Liga vuole vedere di cosa sono capaci i suoi sostenitori del Sud Italia, e li mette alla prova suonando quello che probabilmente è il suo pezzo più coinvolgente. Per Messina è il momento di urlare contro il cielo.
La band lascia il palco, ed immediatamente tutto il San Filippo ne richiede il ritorno, gridando “Liga”. Passano pochi secondi e Ligabue e compagni si rimettono a lavoro, suonando quella che forse è la canzone che li rappresenta al meglio, “Tra palco e realtà”.
Subito dopo si è passati al momento più toccante dell’intera serata. Sulle note della ballata “Buonanotte all’Italia”, sui maxi schermi comparivano le foto di alcuni fra i più importanti personaggi della nostra storia, dei veri e propri “eroi nazionali”, dai rappresentanti del mondo della musica, come Gaber, Guccini e Daolio, ai più importanti poeti, prima fra tutti Alda Merini, da personaggi televisivi, come Vianello e Bongiorno, a registi ed attori del calibro di Benigni e Fo.
Le foto che hanno scatenato maggiormente le urla dei messinesi sono state quelle di Gaber, Gaetano, Benigni, Franco e Ciccio, Valentino Rossi, Schiavone e Papa Giovanni XXIII, ma nessuna ha scaldato gli animi del pubblico come quella che ritraeva Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, veri e propri eroi per il popolo siciliano.
Sono quasi passate due ore dall’incursione sul palco di Luciano Ligabue, le luci del palco illuminano il pubblico, probabilmente per far capire che il messaggio dell’ultima canzone è indirizzato ai 42 mila spettatori. Il rocker ha alimentato le speranze dei propri fan, ricordandogli che, per quanto le emozioni di questa serata potessero essere forti, “Il meglio deve ancora venire”. Probabilmente questa scelta, manifesta l’intenzione del Liga di non smettere di emozionarci con nuovi album e tour, per continuare ad essere ricordato “non solamente per le canzoni, per le parole o la musica”.
Dopo l’”interpretazione” di Claudio Majoli, le casse tornano a trasmettere “Taca Banda”, questa volta nella sua versione originale. I musicisti, assieme al rocker di Correggio, ballano attorno al palco e salutano il proprio pubblico. La band lascia il palco dove adesso restano solo gli strumenti, le casse ed i proiettori. Sul prato, dopo una decina di minuti, solo le bottiglie e, sul violone che porta dallo Stadio alla Statale 114, si forma una lunghissima fila di macchine, autobus, motorini e fans, che come dei pellegrini hanno raggiunto a piedi il proprio idolo.
Delle le lacrime e delle urla, della pelle d’oca e degli abbracci, delle mani al cielo e delle fotografie, adesso ai messinesi resterà il ricordo, fino a quando (si spera molto presto) Ligabue non tornerà a Messina.
Alessio Testa