ROMOLO, IL GRANDE di Friedrick Dùrrenmatt note di regia di Roberto Guicciardini

Pubblicato il da ass. Il Patio

  Romolo il grande è uno dei lavori teatrali di Dùrrenmatt più comici e insieme più pessimistici.

  Scritto nel 1949 è stato più volte rielaborato dall’autore fino all’edizione definitiva

del 1964.

“Commedia storica storicamente inverosimile”, rappresenta il tardo impero romano alla vigilia della sua caduta. Un impero che era riuscito a sopravvivere basandosi sull’ideale di uno stato autoritario, facendo leva sull’oppressione e la violenza.

  Pare che l’ultimo imperatore voglia consacrarsi unicamente all’allevamento di polli.

  Tutti i polli sono indicati con il nome di imperatori, la gallina più prolifica porta il nome di Odoacre, capo dei Germani, il cui esercito sta ora avanzando minaccioso e inesorabile in Italia. 

 Sono inutili gli appelli della imperatrice che vuole risvegliare le ambizioni del regale consorte, la figlia continua a studiare senza grande costrutto le tragedie greche. 

  A corte, commercianti, antiquari e fabbricanti di pantaloni propongono transazioni economiche, in realtà spingono l’impero alla bancarotta.

  Nello sfacelo generale i ministri degli interni e della guerra tentano invano di  tenere alta la bandiera di un antico splendore.

 A corte gli unici  funzionari ancora efficienti sono il cuoco e i due camerieri.

 A rompere l’idillio imperiale giunge a chiedere asilo l’imperatore bizantino con il suo seguito di vetusti cerimonieri.

 Reduce da una prigionia in Germania di cui porta i segni di atroci torture, ormai ritenuto disperso, giunge inaspettato anche il fidanzato della figlia dell’imperatore.   

 Intanto l’esercito invasore si appressa sempre di più.

 Situazioni comiche satira amara si incrociano verso un epilogo inaspettato.

 Ora cominciamo a capire che era davvero Romolo Augusto.

 Alla testa dell’impero c’è un uomo che non vuole più corrispondere alle aspettative e alle richieste di dominio dei Romani: un pazzo che alleva galline, un burattino apparentemente rimbambito, disprezzato da tutti per la sua manifesta debolezza nel comando.

 In realtà, la maschera del pazzo è solo una simulazione e serve ad esprimere il suo rifiuto; Romolo vuole il declino del mondo nel quale vive perché non crede più negli ideali di tale mondo e non vede che il loro rovescio e i crimini con i quali essi vengono favoriti.

  Come si legge in “Questioni di teatro”, Dùrrenmatt rappresenta un mondo grottesco.

 Il grottesco è “…paradosso sensibile, la forma cioè di un’assenza di forma, il volto di un mondo senza volto….”, paradosso che non può più essere superato agendo  e trasformando, come auspicava Brecht con la sua drammaturgìa, ma può solo essere sofferto e sopportato.

 Romolo appare “grande” poiché è l’unico ad aver riconosciuto il carattere grottesco della realtà e ad essersi deciso a recitare il ruolo di clown a occhi aperti in questo universo del grottesco.

 Deriso e disprezzato da tutti per la sua apparente imbecillità, agli occhi di Dùrrenmatt egli diventa  una figura non priva di una sua grandezza tragica: la decisione che gli si richiede egli la vive “come un momento spaventoso, come l’aprirsi di un baratro” : “ Per me il mondo se ne sta lì come un mostro, come un enigma rispetto al male che deve essere sopportato e dinanzi al quale però non può esservi capitolazione”.

 Quest’ideale di eroismo veramente stoico si propone al pubblico in maniera molto divertente:  l’idea centrale della commedia, quella dell’eroe misconosciuto da tutti nella sua vera grandezza, viene esposta facendo uso di gags cabarettistiche e di esagerazioni grottesche, in un linguaggio insieme espressivo e di grande effetto.

 

                                                                                                                              R.G.

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