SARANNO RECUPERATI I "CANNONI DI GARIBALDI" INTERRATI A TORRE FARO
I cannoni interrati a Torre Faro, nei pressi del Pilone, saranno recuperati e costituiranno un possibile polo museale a capo Peloro. E' quanto ha confermato l'assessore comunale alle politiche del mare, Giuseppe Isgrò, che stamani ha ricevuto la positiva risposta del Museo storico della Fortificazione permanente dello Stretto di Forte Cavalli, per l'adesione agli interventi di recupero e restauro dei tre cannoni in ferro, semiaffioranti dal terreno, in posizione verticale. L'iniziativa dell'assessore Isgrò, in sinergia con l'assessore alle politiche culturali, on. Giovanni Ardizzone, ed a seguito delle intese con il comandante della Capitaneria di Porto, capitano di vascello, Nunzio Martello, sarà portata avanti per concretizzare un momento commemorativo in vista del 2011, per il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. I tre cannoni infatti sono comunemente conosciuti come i “cannoni di Garibaldi”, attribuendo la loro presenza al campo allestito a Faro dalle truppe garibaldine difeso con numerosi cannoni posti in batteria, per la testa di ponte per lo sbarco dei Mille in Calabria. Lo Stretto durante la spedizione garibaldina era pattugliato dalla flotta borbonica ed erano presenti anche navi da guerra francesi, inglesi e sarde. Dal sopralluogo effettuato nel maggio del 2007, dalla Soprintendenza del Mare, è stato valutato che si tratta di cannoni ad avancarica, databili presumibilmente tra il XVIII e il XIX secolo, non ulteriormente identificabili sulla base delle porzioni visibili. In passato furono utilizzate come bitte d’ormeggio per imbarcazioni, secondo una pratica nautica che si avviò alla fine della pirateria sulle coste del Mediterraneo, quando un certo numero di cannoni in ferro, dismessi dalle navi mercantili armate, vennero interrati nei moli o in prossimità di aree di alaggio. Frequente anche l’otturazione della bocca con un proiettile inserito a forza. La zona di Torre Faro, a Capo Peloro -cuspide nord- orientale della Sicilia - ha infatti sempre costituito un punto strategico per la navigazione, all’imbocco dello Stretto di Messina nel quale l’incontro delle due masse d’acqua, ionica e tirrenica, provocano correnti e peculiari fenomeni idrodinamici. Le correnti dello Stretto rendevano quindi necessaria la sosta delle navi, all’ancora, in funzione delle particolari condizioni meteo-marine, ed era utile per poter salpare in sicurezza, assicurarne le cime ad affidabili punti. I fenomeni e le dinamiche che interessavano la zona sono ben descritti nel portolano di Filippo Geraci, del XVII secolo: “Si dona cognizione ancora che nel Faro tanto nella costera, e ripa della Calabria, quanto nella costera e ripa di Sicilia si ritrova lo rivoto cioè rema contraria a quella che corre nel mezo del Faro verbigrazia se nel canale la rema corre di montante per contrario nella costera di Sicilia, e Calabria corre lo rivoto della rema descendente, e se la rema del canale corre di descendente per contrario nella costera di Sicilia, e Calabria corre lo rivoto della rema montante. Come per esempio si vede che qualsiasi bastimento che della torre del Faro entra in Canale per andare verso la città di Messina ritrova nella punta di detta torre il rivoto del discendente con tutto ciò che nel menzo del Canale sia montante se il bastimento non ha vento sufficiente per poter superare la rema contraria è di bisogno dar fondo un ancora nella punta della torre del Faro, cioè se il vento sarà a segno di ponente si deve sorgere sopra un àncora, dentro la torre del Faro nella punta, dove v'è un secco di passi 6.7. e 8. di fondo in circa, ma se il vento sarà a segno di scilocchi si dovrà sorgere con la rema contraria dentro la torre del Faro tanto, quanto non aprisce la bocca del canale ed ivi star surto fin tanto che si metta la rema opportuna scendente, con la quale tanto li bastimenti navali, quanto latini con operare le vele quadre essendo gagliardo il xilocco, sempre si possono dianzare il suo camino potendo però maneggiare, e reggere le vele”. [da: Salvatore Pedone, Il portolano di Sicilia di Filippo Geraci (sec. XVII), Palermo, s.d. ma 1987, pp. 56-57].
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