Spulciando nell'archivio di Pippo Rao.......(1992): IL BENESSERE DA RIFORMARE
Welfare state all’italiana: tutte le modifiche da realizzare.
MAASTRICHT e il nuovo stato del benessere italiano: è il titolo di un articolato intervento di Pippo Rao, responsabile nazionale PLI per le politiche sociali. “L’Accordo del Dicembre ’91 rappresenta, senza dubbio, una occasione da non sprecare per rivisitare lo stato del benessere italiano, introducendo i correttivi necessari a favorire le politiche di convergenza dei sistemi di finanziamento della sicurezza sociale nei paesi della Comunità Europea”.
Rao osserva come “aver ritenuto per decenni che lo stato sociale e stato assistenziale non fossero due concetti profondamene diversi e che il sistema di sicurezza sociale non dovesse essere necessariamente compatibile con lo sviluppo economico, che è la prima ragione della sicurezza sociale ha, oggi, come conseguenza che il welfare state italiano non marcia più, dovendosi ormai rilevare, come risulta anche dal 25° rapporto CENSIS, che il principio redistributivo si è rovesciato fino a risultare i ceti più deboli i finanziatori dei ceti più forti”.
La prova è che attraverso il fisco quote di reddito passano dai cittadini che lo producono ai sottoscrittori pubblici.
L’obiettivo liberale non può essere l’abbattimento dello stato sociale, ma solo lo smantellamento dello stato delle clientele.
Quindi è necessario distinguere tra il sistema previdenziale e sistema assistenziale. E per quanto riguarda la previdenza, sono tre i livelli per i quali impegnarsi.
Il primo livello, quello meramente assistenziale, che prescinde dalle contribuzioni e che dovrà trarne più adeguati mezzi finanziari e strumenti operativi dal vincolo di solidarietà sociale.
Il secondo livello, quello delle prestazioni previdenziali obbligatorie, che dovranno essere rapportate ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa.
Il terzo livello, quello volontario al quale il cittadino dovrà essere opportunamente indirizzato con idonee agevolazioni fiscali.
Nel 1990, su ogni 100 persone in età lavorativa vi erano 21 anziani, con 65 e più anni. Fra 20 anni diventeranno quasi 30. L’aumento numerico della popolazione e l’allungamento della speranza di vita rendono molto difficile, in futuro, assicurare i trattamenti pensionistici attuali.
Pippo Rao, ritiene quindi che “l’efficacia di alcune norme flessibili che sono state sperimentate in altri paesi imponga l’abbandono degli strumenti tradizionali dello stato assistenziale e l’adozione di provvedimenti legislativi che rendano obbligatorio l’innalzamento graduale dell’età pensionabile in linea con i tetti fissati nei paesi Cee”.
Già Luigi Einaudi nel 1952 aveva sostenuto che qualunque limite di età suppone “ una divisione razionale della popolazione in tre categorie di età, la prima delle quali comprende i ragazzi ed i giovani che, per divieto di legge o per consuetudine generalmente osservata, non lavorano e sono a carico dei loro genitori o tutori; la seconda include la popolazione lavorativa e la terza i vecchi od anziani, i quali non sono più in grado di lavorare ed a cui giustamente si deve riconoscere il diritto di riposarsi….Fra le categorie deve esistere un equilibrio in guisa tale che il nucleo centrale sia in grado di mantenere se stesso e fornire i prodotti ed i servizi necessari per la vita delle altre due categorie: i giovani ed i vecchi”.
Nel 2040, ferme restando le attuali dinamiche, 100 persone in età lavorativa, non tutte necessariamente occupate, dovrebbero mantenere 74 persone in età pensionabile!
Ovviamente ciò non è possibile. La proposta, quindi, è di portare l’età pensionabile a 70 anni. Dando tuttavia la facoltà all’amministrazione di collocare a riposo chi abbia compiuto 65 anni di età e 40 anni di servizio.
13 Ottobre 1992 Pippo Rao